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MAURIZIO MESSORE

Indice Poesie  1  intro  

2


Carovane di straccioni, salotti letterari
Dame altolocate, puttane in svendita.
Tutti, tutti ballano il ballo dell’avvenire
Io non sono escluso. Ma possente dolce e sinuoso
Il piano dell’amico Ludovico, concertante.
Dolci carezze che non ho, come i tuoi occhi di pece.
Giornate e tempi buttati, mai nati, morti.
Dove cadono i miei occhi?
sulle ingiustizie del mondo?
no, sulle cazzate di sempre!
Ma toccherà anche a me, prima o poi,
di scegliere fra il mazzo del mondo
la carta della mia vita, intanto speriamo
che sia la mia, di mano, a pescare,
poi vedremo cosa la fortuna per me avrà
in serbo, io sarò pronto. COMUNQUE!
Col ritmo del Brasile chiudo gli occhi
E li apro sul mare e sul vento,
li apro su distese di spiaggia primivea.


Piove raschiando sulla melma. Rumori assordanti e rimbombanti. Un ragazzo nella sua caotica stanza apre gli occhi.
SVEGLIO.
Ma non lucido. Segatura grigia negli occhi. Preclude la vista del rosso oceano sanguigno. Il braccio peloso pende dal letto. Cerca cerca le lenti sotto il letto. La puzza fetente del piscio dei gatti crea nuvole d’agonia e monti d’oblio. Chiuso nella caverna dei suoi pensieri decide di non farcela più. Si tira una sega, mangia la cena avariata di ieri: petti di pollo al marsala. I mobili della cameretta appaiono colonne di decadenza marcite sotto la polvere del giorno. Eppure c’è una forma di vita, molto ma molto fiacca, all’interno di quella sottospecie d’ unità umana. Niente da voler fare. Niente da pensare. Non una donna da baciare. Né da sognare. Forse il freddo entrante dalla finestra aperta sul primo inverno non bastava a svegliare i sensi indolenziti del nostro amico. Ma dopo ore di tentennamenti scese dal piedistallo d’argilla fresca e tornò col corpo ei sensi sulla Terra. Non con la testa persa per immensi e sterminati e desolati e sublimi mondi d’irrealtà.
Le varie tonalità del grigio cielo gli ricordavano cose scritte con sottigliezza e oscurità. I genitori sono di là. Ma lui ignora tutto perché è chiuso. Chiuso nella sua logica. I vestiti desueti restano attaccati al corpo lurido. Ora in piedi in mezzo alla stanza scruta il movimento oscillatorio della sua forfora prima di cadere per terra. Immaginatelo mentre si gratta il capo con morbosa insistenza. Non ricorda niente del giorno precedente. Come se non lo avesse vissuto affatto. Attraverso la pioggia vede e sente addirittura il televisore della dirimpettaia. Stufo di ciò decide. Decide di decidere. Decide di decidersi e scendere. Scendere annoiato per fare niente. Niente come camminare nel silenzio. Silenzio delle tre del pomeriggio.
La mano sul pomo, la serratura scatta, girando. Fuor nel bianco corridoio della casa. Vento scorre raso portandosi dietro le foglie dell’autunno passato. Si noti bene come il ragazzo non sia muto. In ogni modo non si curò di salutare.
Uscì fuori.
Pianerottolo spoglio con lampadina rotta. Scalini come schiene di foca, tortili a momenti. Scese alzando ad angolo retto le ginocchia. A passo militare. Ricordando gli ideali ch’un giorno bollirono in petto e ch’ora ristagnano sul fondo della pentola. Nei piedi.( fuori nel giardino balenò nella sua testa il terzo movimento di un concerto di Tchaikovsky. Ricordò per fino quella miracolosa sensazione di trasformarsi in nuvola ).
Vestito in maniera inadeguata tremava. Per la strada il moto oscillatorio degli alberi al vento gli portò un forte giramento di stomaco; dovette reggersi al cancello e farlo passare.
PASSATO.
Ora traeva ispirazione da tutto quel cemento per racconti tetri e tristi e apocalittici. Con le braccia lungo distese sui fianchi ( appese per caso alle spalle ) iniziò a camminare senza far caso a dove stesse andando . il “dove” non gli fregava. Gli fregava nemmeno il “perché”. Ma gli fregava giusto il fatto e nemmeno così chiaro di andare per andare. Il non restare fermo a fossilizzarsi dentro quattro mura. Eppure per lui quelle quattro mura non esistevano, poteva evaderne, pure fermo. Ma il corpo, gli occhi chiedevano un po’ qualcosa. Non poteva continuare a dormire per far passare il tempo. In quella città di merda il tempo o lo butti o lo butti e lento più lento passa come in un mondo più piccolo e lontano dal Sole. Esseri anomali, lo occhieggiavano nascosti in fondo agli angoli bui della cittadina di Casagiove. Stanco, stanco, stanco. Basta! Ormai non ce la faceva più. Verde voleva verde. Aria pulita spazi aperti cielo sopra la testa. Non cemento.
S’incamminò. Così, col suo passo lento e pesante. La strada era bagnata. Già veniva avvicinandosi il tramonto quando, finalmente il nostro caro amico trovò uno sbocco. Eppure aveva visto l’abisso più nero, era stato sul filo rosso, della follia.
Vi era una lunga fila di pini marittimi. Cresceva parallela alla strada, ormai poco più che un sentiero. Volle respirare forte, ma notò come la sua capacità respiratoria era fortemente diminuita, causa la lunga camminata. S’impaurì, ma ormai era arrivato fin lì. E doveva proseguire. Indifferente, uscì dal sentiero. Il che significava scendere una scarpata di alcuni metri. Ma come si fermò un attimo a guardare quegli alberi! Così maestosi, così arcaici, muti testimoni di secoli. E secoli. Ah! Avrebbe voluto egli stesso essere un grande, sapiente, autosufficiente albero.
Fece un passo. Cadde. Rotolò disteso sulla scarpata del tutto fangosa. Rotolò e si fermò. Riaprì gli occhi, non vide altro che rovi e cespugli e insetti. Era bloccato, non poteva muovere gli arti. Si ritrovò con la faccia per terra, il mento e i gomiti appoggiati affondavano nel fango. Estremi furono i tentativi. Ma i giorni passarono, il Sole venne, il fango fu asciutto, ma nessuno passava di lì. Lui morì così, nella profonda pace spirituale. Finalmente tornava alla Natura, alla Terra; finalmente si sentiva utile, morendo ora.
Perché ormai la vita e la morte gli erano indifferenti. Sapeva solo che di lì in poi sarebbero stati soli dolori. Perché DOLORE è tutto. Dolore per le anime condannate ad essere sole.
Ma ora decise di non essere più solo. Con consapevolezza,
una strana consapevolezza disperata, tornò alla massa della vita, insieme a tutto il mondo.

                                                                                                                                                                               19/1/05
 

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