|
Carovane di straccioni, salotti letterari
Dame altolocate, puttane in svendita.
Tutti, tutti ballano il ballo dell’avvenire
Io non sono escluso. Ma possente dolce e sinuoso
Il piano dell’amico Ludovico, concertante.
Dolci carezze che non ho, come i tuoi occhi di pece.
Giornate e tempi buttati, mai nati, morti.
Dove cadono i miei occhi?
sulle ingiustizie del mondo?
no, sulle cazzate di sempre!
Ma toccherà anche a me, prima o poi,
di scegliere fra il mazzo del mondo
la carta della mia vita, intanto speriamo
che sia la mia, di mano, a pescare,
poi vedremo cosa la fortuna per me avrà
in serbo, io sarò pronto. COMUNQUE!
Col ritmo del Brasile chiudo gli occhi
E li apro sul mare e sul vento,
li apro su distese di spiaggia primivea.
Piove raschiando sulla melma. Rumori assordanti e rimbombanti. Un ragazzo
nella sua caotica stanza apre gli occhi.
SVEGLIO.
Ma non lucido. Segatura grigia negli occhi. Preclude la vista del rosso
oceano sanguigno. Il braccio peloso pende dal letto. Cerca cerca le lenti
sotto il letto. La puzza fetente del piscio dei gatti crea nuvole d’agonia e
monti d’oblio. Chiuso nella caverna dei suoi pensieri decide di non farcela
più. Si tira una sega, mangia la cena avariata di ieri: petti di pollo al
marsala. I mobili della cameretta appaiono colonne di decadenza marcite
sotto la polvere del giorno. Eppure c’è una forma di vita, molto ma molto
fiacca, all’interno di quella sottospecie d’ unità umana. Niente da voler
fare. Niente da pensare. Non una donna da baciare. Né da sognare. Forse il
freddo entrante dalla finestra aperta sul primo inverno non bastava a
svegliare i sensi indolenziti del nostro amico. Ma dopo ore di tentennamenti
scese dal piedistallo d’argilla fresca e tornò col corpo ei sensi sulla
Terra. Non con la testa persa per immensi e sterminati e desolati e sublimi
mondi d’irrealtà.
Le varie tonalità del grigio cielo gli ricordavano cose scritte con
sottigliezza e oscurità. I genitori sono di là. Ma lui ignora tutto perché è
chiuso. Chiuso nella sua logica. I vestiti desueti restano attaccati al
corpo lurido. Ora in piedi in mezzo alla stanza scruta il movimento
oscillatorio della sua forfora prima di cadere per terra. Immaginatelo
mentre si gratta il capo con morbosa insistenza. Non ricorda niente del
giorno precedente. Come se non lo avesse vissuto affatto. Attraverso la
pioggia vede e sente addirittura il televisore della dirimpettaia. Stufo di
ciò decide. Decide di decidere. Decide di decidersi e scendere. Scendere
annoiato per fare niente. Niente come camminare nel silenzio. Silenzio delle
tre del pomeriggio.
La mano sul pomo, la serratura scatta, girando. Fuor nel bianco corridoio
della casa. Vento scorre raso portandosi dietro le foglie dell’autunno
passato. Si noti bene come il ragazzo non sia muto. In ogni modo non si curò
di salutare.
Uscì fuori.
Pianerottolo spoglio con lampadina rotta. Scalini come schiene di foca,
tortili a momenti. Scese alzando ad angolo retto le ginocchia. A passo
militare. Ricordando gli ideali ch’un giorno bollirono in petto e ch’ora
ristagnano sul fondo della pentola. Nei piedi.( fuori nel giardino balenò
nella sua testa il terzo movimento di un concerto di Tchaikovsky. Ricordò
per fino quella miracolosa sensazione di trasformarsi in nuvola ).
Vestito in maniera inadeguata tremava. Per la strada il moto oscillatorio
degli alberi al vento gli portò un forte giramento di stomaco; dovette
reggersi al cancello e farlo passare.
PASSATO.
Ora traeva ispirazione da tutto quel cemento per racconti tetri e tristi e
apocalittici. Con le braccia lungo distese sui fianchi ( appese per caso
alle spalle ) iniziò a camminare senza far caso a dove stesse andando . il
“dove” non gli fregava. Gli fregava nemmeno il “perché”. Ma gli fregava
giusto il fatto e nemmeno così chiaro di andare per andare. Il non restare
fermo a fossilizzarsi dentro quattro mura. Eppure per lui quelle quattro
mura non esistevano, poteva evaderne, pure fermo. Ma il corpo, gli occhi
chiedevano un po’ qualcosa. Non poteva continuare a dormire per far passare
il tempo. In quella città di merda il tempo o lo butti o lo butti e lento
più lento passa come in un mondo più piccolo e lontano dal Sole. Esseri
anomali, lo occhieggiavano nascosti in fondo agli angoli bui della cittadina
di Casagiove. Stanco, stanco, stanco. Basta! Ormai non ce la faceva più.
Verde voleva verde. Aria pulita spazi aperti cielo sopra la testa. Non
cemento.
S’incamminò. Così, col suo passo lento e pesante. La strada era bagnata. Già
veniva avvicinandosi il tramonto quando, finalmente il nostro caro amico
trovò uno sbocco. Eppure aveva visto l’abisso più nero, era stato sul filo
rosso, della follia.
Vi era una lunga fila di pini marittimi. Cresceva parallela alla strada,
ormai poco più che un sentiero. Volle respirare forte, ma notò come la sua
capacità respiratoria era fortemente diminuita, causa la lunga camminata.
S’impaurì, ma ormai era arrivato fin lì. E doveva proseguire. Indifferente,
uscì dal sentiero. Il che significava scendere una scarpata di alcuni metri.
Ma come si fermò un attimo a guardare quegli alberi! Così maestosi, così
arcaici, muti testimoni di secoli. E secoli. Ah! Avrebbe voluto egli stesso
essere un grande, sapiente, autosufficiente albero.
Fece un passo. Cadde. Rotolò disteso sulla scarpata del tutto fangosa.
Rotolò e si fermò. Riaprì gli occhi, non vide altro che rovi e cespugli e
insetti. Era bloccato, non poteva muovere gli arti. Si ritrovò con la faccia
per terra, il mento e i gomiti appoggiati affondavano nel fango. Estremi
furono i tentativi. Ma i giorni passarono, il Sole venne, il fango fu
asciutto, ma nessuno passava di lì. Lui morì così, nella profonda pace
spirituale. Finalmente tornava alla Natura, alla Terra; finalmente si
sentiva utile, morendo ora.
Perché ormai la vita e la morte gli erano indifferenti. Sapeva solo che di
lì in poi sarebbero stati soli dolori. Perché DOLORE è tutto. Dolore per le
anime condannate ad essere sole.
Ma ora decise di non essere più solo. Con consapevolezza,
una strana consapevolezza disperata, tornò alla massa della vita, insieme a
tutto il mondo.
19/1/05
|